La finzione veritiera - Teatro a Canone

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La finzione veritiera

SPETTACOLI

LA FINZIONE VERITIERA
Storia di San Genesio commediante e martire
(2019)
Tratto dal testo di Lope de Vega Carpio

Spettacolo da realizzarsi presso chiese e cortili o grandi spazi vuoti

REGIA E ADATTAMENTO SCENICO: Luca Vonella
ATTORI Luca Vonella, Anna Fantozzi, Cinzia Laganà, Amandine Delclos;
Lucio Barbati, Caludio “Fade” Fadda,
TABLEAUX VIVANTS: Francesca Pola, Marilena Carpino, Federico Arduino
MUSICISTI Rinaldo Doro e Bea Pignolo
SCENOGRAFIA: Cinzia Laganà, Anna Fantozzi, Claudio "Fade" Fadda
COSTUMI: Anna Fantozzi
LUCI E SUONO: Alessia Massai
CONSULENZA STORICO TEOLOGICA: Damiano Pomi
CONSULENZA DRAMMATURGICA: Chiara Crupi
VIDEO: Chiara Crupi

 
 

Foto di Marco Canario (2019)



OTTAVIO: Addio, per sempre, Roma!
MARCELLA: Addio gloria della città!
FABIO: Addio, corona del mondo!
FABRIZIO: Addio, madre delle lettere!

Sinossi
Lope de Vega Carpio è un drammaturgo dell’epopea letteraria del “Siglo de Oro”. Fu un don giovanni spericolato per gran parte della sua vita. All’età di circa 48 anni, entrò nella confraternita degli Schiavi del Santissimo Sacramento, a Madrid. Assorto nel suo ritiro spirituale, scrisse Lo fingido vedadero, - in italiano La finzione veritiera - che pubblicherà nel 1620. Il dramma espone la storia di San Genesio, il Santo protettore dei teatranti per la cui devozione, fino a non molto tempo fa, si celebravano messe. Attore stimato e capocomico di una compagnia di mimi e commedianti, nell’anno 303 d.C., Genesio viene impalato da Diocleziano e diventa martire. Il motivo è semplice ma la sua “colpa” si consuma in una situazione complessa: il mimo romano è incaricato di mettere in scena una farsa del rito battesimale dei cristiani, allora perseguitati crudelmente ma sopraggiunge in lui una crisi mistica. Si converte durante la rappresentazione e di fronte all’Imperatore, improvvisando preghiere ed inni a Gesù. Tutto accade nel confine delicato tra finzione teatrale e realtà che in questo raro caso, vengono a sovrapporsi. Con lui c’è la compagnia di attori che, terminato lo spettacolo, si dissociano dalla fede cristiana appena acquisita dal loro capocomico. Per questo, sono graziati dalle guardie imperiali, ma costretti a lasciare Roma.

Note di regia

Questo spettacolo mi è stato commissionato dall’ideatore del Festival ‘Millennium Sancti Genesii’, ex assessore alla Cultura del ridente paesino collinare di Castagneto Po. All'inizio del processo creativo, mi veniva un mente il dramma liturgico del Quem Quaeretis degli inizi del X° secolo d. C. ed ai misteri medievali, le antiche drammatizzazioni dei brani della Bibbia che iniziarono nei presbiteri dei monasteri cluniacensi della Borgogna e si svilupparono nel corso dei secoli nelle piazze rinascimentali italiane. Per questo, la prima parte di questo spettacolo è collocata sul sagrato di una chiesa, su uno di quei palchi in legno traballanti in cui recitavano i comici girovaghi di una volta. Pensavo ai Mistery plays realizzati a York nel XIV secolo, mentre impostavo una pedana a forma di “T” nella navata centrale della stessa chiesa per ambientarvi la seconda parte dello spettacolo. Su questa pedana rialzata agiscono gli attori e attorno, come fossero invitati ad una cena, sono seduti gli spettatori. Non avevo in mente uno spettacolo filologicamente medievale ma avvertivo il bisogno di aggrapparmi alle suggestioni di una tradizione del teatro in cui l’agiografia di un santo si consumava scenicamente davanti agli occhi del popolo.

Lo fingido verdadero, del resto, nonostante questa impostazione, è ambientato nel Seicento. Alcune scene sono accarezzate dagli arpeggi di una chitarra barocca che recita il tema musicale de La Follia di Spagna. Altre sono graffiate dalle corde di una ghironda per non dimenticare anche la natura sporca dell’essere umano: questo spettacolo ha due anime. Da un lato c’è quella goliardica e pezzente di un gruppo di donne e uomini in maschera, con cappelli vistosi e larghe vesti colorate e, dall’altro, quella pura come la veste bianca di un neo battezzato. Il corpo di Genesio trasmuta dall’uno all’altro stato, per poi morire, ovvero, diventare icona leggendaria.
La prima parte dello spettacolo, dunque, avviene sopra il palco, davanti al sagrato. Gli attori della compagnia di Genesio sono arrivati da un angolo della piazza, cantando una canzone provenzale. Declamano versi e fanno versacci, fanno capriole e si prendono a calci nel di dietro. Sistemando gli attrezzi e ramazzando il palco, si raccontano la sanguinolenta ascesa al trono di Diocleziano. Gli spettatori vengono poi condotti all’interno della chiesa e fatti sedere intorno alla pedana rialzata, sotto le navate laterali. Iniziano la prove della farsa del cristiano battezzato. Genesio si esercita e dirige gli attori, ma è folgorato dalla voce di un angelo che lo chiama per conto di dio.
Continuano le prove e la voce diventa un’ apparizione celeste: un Tableaux Vivant che ricorda La deposizione di Cristo di Caravaggio. Entra Diocleziano - invisibile come il potere - ed inizia la commedia; il teatro nel teatro. Il mimo
romano sembra quasi un atleta delirante, un saltatore in lungo che si prepara a spiccare il grande balzo tra le braccia di dio. Grida un fiume di salmi che lo conducono fuori dal copione. Nei margini del copione, in scena, ci sono i suoi attori che gravitano attorno a lui, prima energici, parodianti e buffi, poi sbigottiti e raggelati dall’inquietante deragliamento del capocomico. Con il tremore di colui a cui sta capitando una cosa troppo grande, con la dolce inconsapevolezza di chi era un artista errante e amava godersi la vita tra donne e poesia, Genesio si toglie la maschera dal naso adunco con cui ha sbeffeggiato mezzo mondo e si rivela improvvisamente cristiano di fronte
all’Imperatore. La decapitazione è presto fatta e per di più, succede in scena, durante lo spettacolo. Genesio è salvo, i suoi attori, esuli, sulla terra. Poco importa a loro se diventerà santo, se hanno perso la sua maestria, la sua penna sagace e dovranno trovare un nuovo attore per poter mantenere il repertorio. Non possono più fare il loro mestiere, questo è il loro dramma. L’ultima scena, infatti, è tutta loro ed è così che la scrive Lope de Vega:

[Entra la compagnia che abbandona Roma; alcuni con i propri fagotti e attrezzi teatrali]

ALBINO: Addio, tempio degli dei!
CELIA: Addio, immagine dell’Olimpo!
[…]
OTTAVIO: E ditemi, chi farà Paride nella distruzione di Troia?
FABRIZIO: Fabio che studia bene le parti.
MARCELLA: Procuriamoci un’altra commedia e, mentre facciamo queste, ne studieremo alcune per
recitarle più avanti…

Gli attori privati del loro capocomico, si stringono l’un l’altro e partono per un nuovo viaggio, alla ricerca di un posto dove continuare fare teatro; ed escono dal grande portone in legno della chiesa cantando una canzone dal tono malinconico e fiero. Una canzone provenzale. Attori, comparse e aiutanti di scena per la composizione dei Tableaux Vivant, come nella tradizione antica, possono essere reperiti sul luogo a seguito di una convocazione pubblica promossa dagli organizzatori a cui seguirà un incontro organizzativo e due giorni di prove. La modalità di lavoro è atta a sollecitare la partecipazione dei cittadini a quello che vuole essere un esperienza di teatro popolare.


 
 
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